martedì 12 agosto 2008

Caramelle da Una Sconosciuta (The Fisherman's Friend)




















Le cose andarono più o meno così.
Piena estate vacua e mi piacerebbe poter dire remota.
Estate bizzarra di consistenti cambiamenti climatici.
Dai 49° del Golfo Persico ai 4° delle Dolomiti orientali.
Estate fredda e piovosa, di scrosci, cumulonembi a groppi e venti gelidi da nord.
Per un pò anche bora triestina, chiara.
Estate difficile da sopportare da soli.Improvvisamente e (quasi) inaspettatamente da soli. Estate di grande melanconia.
Decido di gridare il mio dolore sul Web piuttosto che alla luna che mi guarda con espressione beota e non mi commisera neanche un pochino.
Il Quinto Canto dell'Inferno mi sta a pennello, sono proprio io. Mi sento una Drag Queen ma molto meno sguaiata. Avrei voluto una maschera di Diabolik.
Fra le 23.00 e mezzanotte, buco nero al centro del lettone, sfrutto la poca energia rimasta per ricaricare con l'home banking la mia carta di credito revolving.
Iscrizione immediata e a pagamento per tre mesi ad un notissimo portale per cuori solitari. Eccomi, ci sono. Adottatemi a distanza. Aiuto.
Spoiling delle ventenni e delle cinquantenni, rimangono in ballo le trentacinque-quarantacinquenni. Limito l'area geografica al minimissimo.
Non pongo invece limiti morfologici. Ancora un esercito di amazzoni, Dame di S.Vincenzo, spigolatrici, nubili e ex è là che attende qualcosa.
Il nik è un ottimo buco della serratura per spiare e farsi un'idea. Fra Fiorellini di Campo, Micie Fru Frù, Speranze Intatte, Belle e Monelle, Arie Limpide, Dolci e Cremose, Tenere e Lunatiche, Anto71, Mary64, Gigia70, Occhi di Giada226 (nik inflazionatissimo) e Scorpioncini Amorosi, mi viene da piangere, ma non per i loro nomi assurdi. Sono io che barcollo e tracollo.
Leggo un pacco di annunci, guardo altrettante fotine sorridenti o tristi o buffe. Non so decidermi, è l'effetto mega store di calzature, ce n'è troppe per poter operare una scelta ragionata. Meglio il negozietto all'angolo: 3 paia e lì si che scegli bene. Ci sono delle fiche da copertina glamour (ma che ci fanno qua?), scartate per direttissima e senza appello. Non avranno me fra le schiere di gatti randagi che gli corrono appresso. Ci sono anche delle cozze senza speranza ahiloro. Decido di non decidere, al momento. Mi serve una persona per parlare. E dato l'argomento questi deve essere esente da pippo e palline.
Scrivo tre o quattro mails che sono una il proseguio dell'altra ma che funzionano anche per conto loro, come gli episodi di Sex and the City. Le destinatarie, data l'ora, dormono. Ignare.
Ognuna delle persone con cui sono venuto in contatto merita una carezza affettuosa.
Per la dolcezza e la pazienza con la quale mi hanno ascoltato. Per aver aperto a me una finestra nel giardino della loro vita, dei loro segreti, dei loro amori.
Dei loro dolori. Dei loro disincanti. Della loro voglia di vivere.
Alcune di queste donne le ho incontrate. Altre no.
Qui voglio raccontare il più prosaico e bizzarro degli incontri che ho fatto mer mezzo di Internet e che mi ha fatto riflettere, sorridere. E mi ha fatto sentire un bel mona, infine.
Dunque, lei, nik da frutti di bosco e wilderness, poco più che quarantenne, risponde poche righe gentili a una mia mail delirante. Credo di avergli scritto a causa del suo annuncio simpatico e ironico che concludeva circa con "...e coloro che intendono pucciare il biscottino, sappiano che la caffetteria è chiusa". Ipse dixit.
Scambio a stretto giro di posta di alcune mail, una serata anche in chat.
Ma io la chat non la sopporto perchè assorbe troppa attenzione a pigiare in fretta sulla tastiera, mi sento un criceto sulla ruota, sempre lì ad inseguire un argomento sul quale un interlocutore è in perenne anticipo e l'altro in affanno che non ce la fa a tenere il ritmo e rincorre a tre battute di distanza. Impossibile approfondire.
Sul frame violetto-lillà compare il suo numero di telefono. Peraltro non richiesto.
Argomenti futili e ironia, la ragazza è molto sveglia, ha la battuta facile e la lingua tagliente, per nulla scontrosa, per nulla ritrosa, matura si direbbe. Naturalmente anche lei figlia delle pene del cuore, ca va sans dir.
Abita sul lungomare del nord est, città strafrequentata da vacanzieri estivi. Ma piove a scassafottere, le strade sono ben allagate, ed io sento quasi solo lo sciabordìo dei miei pensieri che fanno schiuma di cavalloni, di mare verde salvia e cielo nero e melanzana. Nella mia testa. Sto male.
Mi invita da lei. Ad un'ora abbondante d'auto.
Un pò di trattativa e ci accordiamo per un pomeriggio.
Per conoscersi, chiacchierare, passare una serata. Ho pensato che male non mi avrebbe fatto, anzi, era quello che volevo, no?
Indosso jeans, i miei adorati stivali di cuoio da cow boy, una camicia e parto. Con l'innocenza di una giovenca che sale sul camion del mattatoio convinta di andare ad un pic-nic.
Mi fermo al bar dalla Lucia, donna piccola e così energica, sbrigativa e buona consigliera, ho voglia di un caffè prima del viaggio.
La Lucy cara, mi mette una dose generosissima di splendida schiuma nel caffè per rinfrancarmi, dato che è al corrente delle mie disgrazie sentimentali, e quando sto per bere mi arriva un messaggino.
Toc toc. Chi è? E' Miss frutti di bosco natura selvaggia.
"Non serve nemmeno dirlo..portati un cambio di biancheria! (...)". Giuro che non capisco. Non capisco così nettamente che mi sento in dovere di chiamare e chiedere lumi sull'intendimento.
"Ma va, cretinetto! Cos'hai capito..è che con questa pioggia se andiamo da qualche parte e ti inzuppi hai almeno da cambiarti!"."Aah, ecco, sì, capito".
Qualcosa mi sfugge.
Ma anche se tornare indietro a prendere maglietta e mutande mi sarebbe costato solo cinque minuti, non lo faccio. Non vedo motivazioni adeguate e sufficienti a supporto.
Lei è una panterona con occhi da panterona, qualche chiletto fuori forma e un petto strepitoso. Esagerato. Sesta piena, mi dirà poi. Gentile e cordiale, vive sola. Senza un gatto.
Grande chiacchierata, svisceriamo ognuno le proprie peripezie sentimentali, scopriamo di conoscere gente in comune, mi fa vedere i lavori che sta facendo a casa e poi andiamo a mangiare la pizza. Tutto regolare, tutto a posto. Mi tranquillizzo e, in fin dei conti, sto bene. Non mi viene in mente altro.
Lei sbrana la pizza che ha ordinato al tavolino all'aperto protetto da tettoia, indossiamo i giubbotti perchè il clima è davvero ingrato. La pizzeria è semivuota, nonostante la stagione.
Io mangio poco perchè il mio stomaco è strizzato da un periodo. Beviamo anche un paio di limoncelli.
La pizzeria è a due passi da casa sua, percui per il caffè decide di invitarmi su, che quello del bar le da disturbi. Bene. Nel frattempo saranno state le 22.00.
Quando ha tirato fuori dallo stipetto del bagno un mazzo di spazzolini da denti, rigorosamente nuovi e confezionati, per farmi scegliere, mi è venuto qualche dubbio.
Ma non avevo fatto nemmeno tanta resistenza al suo invito a rimanere a dormire là. Sembrava tutto pacifico. Nessuno aveva manifestato interesse evidente per l'altro.
Poi, dopo il caffè e le chiacchiere che si prolungavano e ancora un paio di bicchierini si era fatto davvero tardi. C'era un tempo davvero di cacca. Lo 0.5 x1000 di alcool l'avevo superato senza dubbio alcuno.
Va bene, resto. Grazie.
Ama il jazz. Jazz ordinato non il free. Mette su un cd a volume basso basso.
Nel mini, sul divanetto non potrebbe dormire nemmeno un reduce da crociera Tunisi-Lampedusa in barcone. Inauguro lo spazzolino da denti nuovo di zecca, mi metto in mutande e maglietta e m'infilo nel lettone, dal mio lato. Lei dopo un pò appare dal bagno sulla porta di camera in camicia da notte di cotone. Scioglie la coda di cavallo. Scena surreale. Ma non è una scena di Casa Vianello. Penso che vorrei avere una Gazzetta dello Sport da leggere (mai letta in vita mia) e per lei un romanzo di Cavalieri e Draghi.
Si sdraia sul letto e le sue tette ondeggiano perigliosamente. Ha ancora voglia di chiacchierare.
E il tempo passa piano piano. E si fa tardi nella notte.
Pian piano sposta il discorso sull'erotico-ironico. E' divertente a tratti. Mi racconta del figlio di una sua amica che ha un locale e si scopa le turiste. Durante il giorno le rimorchia. Alla chiusura del locale le porta al piano di sotto e lo fanno sul biliardo. Gli altri dipendenti osservano la scena dal circuito chiuso di sorveglianza. Lo spettacolo pare che vada in scena con assiduità. Lei ride e mi dice "varda 'ste quarantenni di adesso, ci sono di quelle troie in giro!". Glisso. Poi mi racconta di un amico gay che ha insegnato a lei e ad alcune amiche l'ebbrezza frizzante del sesso orale eseguito sul partner tenendo in bocca una caramella Fisherman's Friend. Una esperienza da provare a tutti i costi. Io sono incredulo e anche un pò preoccupato. Mi accarezza il petto in modo materno e leggero. Quando tira fuori dal comodino il pacchetto di Fisherman's Friend capisco che non ci sarà scampo.
Frutti di Bosco natura selvaggia è una ragazza molto appassionata. Ma anche molto sola. Le ci vorrebbe un gatto.
Non sono un esperto, ma credo che se ti tiri uno in casa perchè te lo vuoi scopare, poi dovresti evitare di confondere il sesso con tutto il resto.
Su questo spesso i maschietti sono più avanti. Le femminucce li stanno raggiungendo in fretta, saltando le tappe, nel bene e nel male.
Comunque a me, le Fisherman's Friend non piacciono. Ora lo so.

venerdì 1 agosto 2008

The Freewheelin' - 1963 -




















Bob e Suzie fra le strade innevate di New York nell'inverno 1962. Sono o non sono bellissimi? Sono due ragazzi innamorati sul serio e quest'immagine romantica mi fa tornare ai miei vent'anni. Come dice la protagonista di un bel film di Bertrand Blier: "guarda come sei bello quando sei qui vicino a me...guarda come ti sta bene l'amore addosso.." . Ah l'amore!

It's all right Ma. I'm only bleeding


Ma chi me lo fa fare.
Perchè da tempo sento questo bisogno, che non è una voglia, è proprio un bisogno?
Di scrivere di quest'uomo. Sapendo quanto facile sarebbe scivolare lungo la china dell'esaltazione.
Sapendo che corro il rischio di essere superficiale.
Che l'argomento è spinoso. Assai.
Che è, per me, come mettermi su di una scialuppa e perdermi in un mare grande, di cui non si conoscono i confini.
Mi ha sempre affascinato.
Da quando ero ragazzino.
Da quando nonna Marille (Marille in tedesco significa albicocca. Ho avuto il grandissimo privilegio di avere una Nonna Albicocca), oramai molto vecchia e stanca, ascoltava con me le mie cassette con il registratore Philips, con unico altoparlante mono, e lo chiamava Modafil, per qualche assonanza misteriosa che sentiva nella testa. Modafil! come la famosa rivista delle sarte casalinghe.
Lui è un bugiardo. Un introverso.Un anarchico, anzi sicuramente un egoista. Un misogino. Un pazzo. Un incoerente. Un menefreghista.
Un insopportabile lunatico. Un egocentrico. Un inaffidabile. Un esaltato. Un depresso. Un solitario. Uno spiritato. Un posseduto.
Un cialtrone.
Lui ha occhi che vedono la linfa lattiginosa scorrere negli alberi. Il sangue irrorare i capillari.
Lui ha tolto il pesante coperchio di pietra liscia e consumata, da sopra il nero delle anime. Sente tutti i dolori della vita, per non sentirne affatto.
Da lui è iniziato tutto.
Io scrivo questo perchè ho sempre sentito una vocazione missionaria. Quella di aiutare altri ad aprire la porta.
Quella porta che misteriosamente per me si è aperta su di un universo impagabile di poesia e letteratura e musica assieme.
Tanto concentrato e denso da superare il peso specifico del mercurio.
Tanto denso da attrarmi come un buco nero attrae la materia, la divora nel buio assoluto.
Patrick Humphries scriveva così:
"Senza Bob Dylan, il rock'n'roll così come lo conosciamo non esisterebbe.
La sua musica è la sorgente dalla quale sorrono tutti i fiumi e gli affluenti e le correnti delle canzoni moderne.
Ogni flusso e riflusso nella musica popolare degli ultimi quarant'anni possono essere uditi qui.
Queste canzoni a loro tempo hanno cambiato per sempre l'orizzonte musicale. E tutt'oggi vi gettano le loro ombre.
Tutto questo da un uomo solo.
(...)Egli ha dato alla pop music un intero nuovo lessico, portato la poesia nel rock, trasformato irrevocabilmente il profilo musicale, ispirando le future generazioni di musicisti.
La sua importanza come artista va oltre il suo lavoro. Soprattutto è stato un catalizzatore.
Senza l'influenza di Dylan, probabilmente, i Beatles non sarebbero andati oltre "She loves you" e i Rolling Stones sarebbero rimasti una delle tante cover band della south London.
Come Bruce Springsteen sostiene:"Bob ha liberato le nostre menti come Elvis (Presley) ha liberato i nostri corpi!".
Ma non è solo Springsteen a dichiararsi un discepolo di alto profilo di Dylan: REM, Sheril Crow, U2,Elvis Costello, David Gray, Sinead O'Connors, Beck, i Clash,Tracy Chapman, Mark Knopfler, per citarne alcuni, testimoniano la sua influenza nella loro vita e nella loro musica.
E' innegabile che Van Morrison, Joni Mitchell, Neil Young, Tom Waits non avrebbero mai preso in mano una chitarra senza Dylan.
Dylan è la statua della libertà che saluta ogni battello di cantanti e cantautori che prende il mare.
Ascoltare Dylan in concerto, tuttoggi, sbalordisce ancora per l'intensità delle sue canzoni ed è un fatto che oggi, dopo quarant'anni nessun altro riesca a produrre canzoni di tale complessità e profondità.
Nessuno può competere con la sua eloquenza e il suo entusiasmo per le parole.
Questo è un uomo intossicato dal linguaggio, ubriaco della potenza dell'incontro della poesia con la musica.
Dylan ha arricchito il nostro linguaggio, la nostra musica e la nostra cultura.
L'ha fatto con arguzia, intelligenza, con un semplice senso di assoluto genio poetico."
Ecco, sì lo so. E' tanto. Sembra troppo.
Ma se tu senti questa vibrazione che ti mette in risonanza e cadi alternativamente dentro te stesso o là fuori, sai di cosa parlo.
Questa vibrazione di questa voce che contiene l'America, l'Africa, l'Europa del nord e tutti i colori di pelle del mondo.
Questa voce che mi mette i brividi quando le "s" le pronuncia "z" e tagliano come un bisturi anime, corpi, pensieri, amori, dolori.
Una pronuncia del genere, vagamente, ce l'ha Eric Clapton quando canta "..and I say yes (yeszz..) you were wonderful tonite".
Dylan è stato l'unico songwriter che ha avuto la nomination al Nobel per la letteratura per il testo di una canzone.
"Visions of Johanna". Questa è la canzone.
Ma che non si abbia la pretesa di spiegarla. Si può vivisezionare, affettare, guardarla da lontano con il telescopio.
O da vicino con un microscopio. Senza mai svelarla in fondo.
La licenza, ai fruitori della grande poesia universale e eterna consente di godere delle emozioni che essa suscita.
Senza nessun diritto ulteriore, nessuna possibilità di poterla spiegare, dispiegare, possedere.
Non si può proiettare la superficie sferica della terra su una carta geografica. No, non si può.
Quelle carte che noi vediamo e utilizziamo, proiezioni coniche, carte di Mercatore e altre tipologie, sono il prodotto di artifizi.
Sono adattamenti. Compromessi.
Infatti se le usi per la navigazione aerea sulle lunghe distanze devi tenere presente una realtà virtuale e parallela: le linee ortodromiche e lossodromiche. Vuoi gli angoli veri? Vuoi le distanze vere? Entrambe no. Non è possibile.
Vale lo stesso per la poesia. Contemplala da lontano, tenendoti il mento appoggiato sulle mani intrecciate.
Non dispiegarla. Non al prezzo di farne un'altra cosa da quel che era in origine.
Ho letto molto su Dylan.
Possiedo anche la bibbia. La Bibbia di Dylan intendo.(regalo d'Amore) E' un volume enorme, di millecinquecentopagine trechilidipeso. Lyrics 1962-2001.
Incompleto, naturalmente. Le canzoni ci sono quasi tutte.
Con tutte le traduzioni di insigni letterati esperti. Ce ne fosse una che mi va bene.
Non mi trovo daccordo con alcuna.
Non mi trovo nemmeno con tante spiegazioni nelle dotte note a margine, le più fantasiose.
Bisogna accettare il fatto che questo genio straordinario non è commensurabile. Come qualsiasi genio.
Quel che è vero è che attinge a man bassa come un corsaro depreda, come predone saccheggia, come una banda assassina razzia.
Nella storia, nella geografia, nella letteratura, nelle anime, nei corpi, nei Vangeli, nelle miserie dei miserabili.
Nella arroganza e nella opulenza degli ipocriti. Nella fatica del vivere.
Ero un adolescente e ascoltavo "I want you" dal juke box nell'aria fumosa del bar al sabato sera. Il juke box con la rotellona rossa pesantissima per selezionare le canzoni, il vetro inclinato e le etichette ingiallite dei brani scritte a mano.
Gli faceva coppia "Mr. Tamburine Man" nella versione celeste dei Byrds. Che atmosfera, gente!
Venivo rapito da quei suoni anche senza poter capire una sola parola d'inglese:
"The guilty undertaker sighs
the lonesome organ grinder cries
the silver saxophones say
I should refuse you.."
" Lo singhiozza il becchino colpevole, lo macina piangendo l'organo solitario e lo dicono i sassofoni d'argento, che non dovrei riprenderti con me..."Dylan aveva a vent'anni la voce di un uomo fatto e finito. Nel liceo che frequentava in Minnesota, suonava il piano in una band scolastica di adolescenti: un insegnante ha dichiarato di aver udito uscire dalla sua bocca un urlo selvaggio e disumano e di essere "inorridito".
Ha amato tanto quest'uomo ed è stato riamato altrettanto. Ma le due donne fondamentali le ha perse entrambe. Suzie e Sara. Hanno ispirato entrambe, credo, almeno un centinaio di canzoni. Infatti gli espertoni parlano di un "ciclo di Suzie" e un "ciclo di Sara". Poi decine di storie che non gli hanno però riportato la pace che cercava.
Suzie Rotolo, ragazza italo americana con cui ha diviso gli anni al Greenwich Village, in una stanza povera ma che ha contenuto la felicità di un grande amore, Suzie se ne partì per l'Italia per studiare. Non tornò mai più da Bob. Conobbe un italiano e lo sposò. Vive tuttora in Italia.
Botta letale.
Sara gli ha dato quattro figli e ad un certo punto un calcio in culo, meritato probabilmente.
I movimenti pacifisti ne hanno fatto una bandiera, hanno sempre cercato di impossessarsi di lui. Che, invero, non è mai stato vicino a questi movimenti e anzi ne prende le distanze.
Prende le distanze da tutto e da tutti quest'uomo.
Gli impresari gli preparano le scalette dei concerti e lui le cambia sistematicamente sul palco a luci già accese, facendo impazzire i musicisti. Stravolge le canzoni e le rende irriconoscibili al punto che non sai cosa stai ascoltando.
Cancella le tracce, i legami e ogni impronta, ogni giorno.
Ma io immagino la chiappa molliccia del contrabbassista e la sua gambetta che parte e vibra alla frequenza di un ronzio di libellula, quando attacca "Thunder on the mountains".
E sento qualcosa che va oltre la mia immaginazione e la mia capacità di comprendere, quando la sua voce intona "Trying to get to heaven".
E questo mi basta. Mi basta intuire.

pausa

..la storiella di Hanna e i suoi fratelli, naturalmente, non è conclusa.
E' ferma perchè mi manca un pò di motivazione.
E ho smarrito quei fantasmi che avevo a mente.
Però so che si tratta solo di avere un pò di pazienza.
Riprenderò appena possibile.

Jamiro

lunedì 21 luglio 2008

Hanna e i suoi fratelli (terza parte /..)



Hanna. Somala. Cameriera dell'Hampton's.
Mihret. Somala. Cameriera dell'Hampton's
Joseph. Somalo. Cameriere dell'Hampton's e tuttofare.
Asif. Cingalese. Responsabile di palestra e piscina nella penthouse sul tetto dell'Hilton. Di giorno. Pasticcere di notte.
Ismail. Cingalese. Cameriere dell'Hampton's.
Saddam. Iracheno. Addetto alla security.
Mùstafa. Egiziano. Uomo delle pulizie.
Noemi. Filippina. Cassiera di un cambiavalute.
Helena. Siberiana. Assistente di volo o per meglio dire stewardess. Noi italiani siamo gli unici a chiamarle Hostess. Senza sapere che il significato che viene spesso dato al termine indica una professione tanto antica quanto poco nobile.
Chao Nin. Cinese. Hostess. Per usare un termine raffinato. Prostituta di postribolo. Per essere precisi.
Cos'hanno in comune queste persone? Alcune hanno in comune la professione. Quasi tutte hanno a che fare con l'Hilton Corniche Hotel.
Sono tutte persone semplici.
Sono tutte persone con un sorriso aperto e sincero.
Sorridere ed essere gentili fa anche parte del loro lavoro.
Provengono da culture diverse che gli hanno insegnato ad essere felici per ciò che hanno. Culture che gli hanno insegnato a non essere infelici per ciò che non possono avere.
Tutte mi sono state amiche.
Sarebbe un grande onore che anche loro mi considerassero un vero amico.
Di ognuna racconterò qualcosa.
Qualcosa.
Qualcosa a noi occidentali sfugge facilmente.
Il tempo che passa per esempio
Percui corriamo come i pazzi. Nell'illusione di rallentarlo.Il tempo.
Per rallentarlo davvero bisognerebbe viaggiare a velocità impossibili, prossime alla velocità della luce.
La nostra civiltà si basa sul fatto che il tempo è una costante. t=K. E invece il tempo è una variabile.
Ma relativamente all'ordine di grandezza della velocità alla quale ci muoviamo sembra una costante. E' tutto relativo.
E' la relatività di Einstein.
Per sfruttarlo, il tempo, cerchiamo di fare un mare di cose. Così sembrerà di averne avuto di più, alla fine della vita.
Perchè pensiamo di misurare il tempo in funzione della densità di cose che ci abbiamo fatto dentro. E attribuirgli così un valore.
Secondo lo schema con il quale si attribuisce valore alle cose materiali. La poca disponibilità di tempo lo rende preziosissimo.
La tanta disponibilità di tempo gli toglie valore. Sono le teorie keynesiane del novecento. Economia politica.
Il valore di una bottiglia di acqua gelata nel deserto equatoriale. E il valore della stessa bottiglia nella regione dei laghi in Canada.
Gli occidentali per averne di più contraggono il tempo.
Da altre parti, invece, lo dilatano. Con opportune pause e spazi vuoti.
Che servono almeno quanto quelli pieni.
Quanto le pause su un pentagramma. Danno ritmo e senso alla musica.
Al di fuori dell'occidente il tempo ha un valore diverso.
Trovano bello fermarsi e lasciarlo scorrere.
E' bello fare cose. Farle tutte o farne tante non le migliora. Nè migliora la vita.
Così Asif sopporta con sofferenza, sì, ma anche con un sorriso, la lontananza da sua moglie che è rimasta in India.
E vive, vive sereno aspettando di poter telefonare a casa ogni due settimane.
E di poter andare a trovarla una volta all'anno.
Durante l'ultima visita, l'anno precedente, hanno concepito un figlio.
E' nata una bambina. Asif però adesso ha un pò di fretta occidentale anche lui.
Vuole andare a vedere e abbracciare questa figlia che ha già quasi tre mesi.
E' la sua primogenita.
L'ha vista solo in fotografia.
Quando il termine presunto del parto era già scaduto, io, Daniele e altri ci informavamo quotidianamente sulle novità.
Asif sorrideva, allargava le braccia e diceva "not yet, not yet". Non ancora.
Era emozionatissimo, in quei giorni, e assai nervoso. Non stava fermo un attimo.
Asif è giovane. Basso di statura, muscoloso e con la pelle olivastra e i capelli neri, densi e riccioluti.
Asif ha il sorriso di un bambino.
Asif è un cannone.
Durante il giorno si occupa della piscina al ventiquattresimo piano. Allinea le sdraio, prepara gli asciugamani, porta i drink on the rocks ai clienti stesi come cenci fra ombra bollente e sole impietoso.
Lava i bagni e la sauna. Sì, qualche pazzo fa anche la sauna, qui. Prende le prenotazioni per i massaggi thai. La palestra è separata dalla piscina da una grande vetrata oscurata. In piscina i bimbi arabi ci vanno con il papà.
Alcuni maschietti fanno il bagno in costume. Altri, invece, e le bambine, lo fanno vestiti, con abiti di cotone leggero e ampi a sufficienza da permettere i movimenti.
I papà prendono il bagno in costume con i piccoli.
Le mamme, con la loro tunica nera ed il capo coperto, rimangono sedute su di una sedia sotto l'ombrellone.
Certe giovani donne arabe vengono qui a prendere il sole, perchè questo è un posto da occidentali. Si mettono in bikini e amano chiacchierare con gli europei. Fanno di tutto per dimostrare la loro emancipazione.
Sono ricche. Ricchissime. Hanno studiato nei college svizzeri. Parlano diverse lingue ed un inglese eccellente.
Sono laureate, belle, curate, gli piace da morire provocare gli uomini con la loro sensualità innata. Parlano disinvoltamente di sesso, usano alternativamente il verbo to fuck o to screw, senza tante metafore o allusioni.
Vengono qui di nascosto. I loro familiari non lo sanno.
Al ristorante, sedute in gruppo, fanno bei sorrisi da sotto il velo di seta elegantissimo. Il ristorante dell'albergo è luogo amico. Cenano volentieri qui. Ordinano a la carte e non vanno mai al buffet.
Ma se le incontri in città faranno finta di non vederti. Perchè non ti hanno mai conosciuto. E quel numero di cellulare a cui mandano messaggi deliziosi e ambigui non è il tuo.
Asif ha il suo bel daffare anche con la palestra ben attrezzata con vista sull'oceano. La mattina i volenterosi non sono numerosi ma verso sera c'è un bel via vai.
Asif aveva gli occhi umidi e piangeva dalla contentezza, mi abbracciava e scuoteva la testa leggermente, da una spalla all'altra, facendo perno sul collo. I cingalesi fanno così per dire sì. Da noi si fa così per dire no.
E invece sì, sì, dondolava il capo, era nata la sua bimba.
Siamo stati tutti contenti con Asif.
Asif, quando chiude la palestra, alle nove di sera, si fa una doccia e si cambia. Si veste di bianco.
Scende una ventina di piani.
E comincia un altro lavoro. E'un abile pasticcere, Prepara fantastiche torte decorate, di sfoglie di cioccolato, di frutta, di mandorle caramellate e leggerissimi gomitoli di filo di zucchero e miele croccante.
Le torte che verranno servite all'Hampton's il giorno dopo.
Il viaggio di Asif per tornare dalla sua famiglia costa tre mesi di stipendio. Con tutte le attenzioni ed i risparmi, dato che ha spedito alla sua sposa tutto ciò che poteva, non sarebbe riuscito a ragranellare il denaro sufficiente prima di quattro o cinque mesi di cinghia all'ultimo buco.
Daniele che è tanto maturo quanto intelligente, nonostante la giovane età, ha proposto una colletta fra colleghi.
Offrire ad Asif il viaggio per tornare a casa ci ha reso felici tutti quanti.
La gioia di Asif e la sua incredulità quando gli abbiamo dato la busta ha suscitato in noi un'emozione difficile da trattenere. Per poter partire ha dovuto aspettere che il suo boss gli desse le agognate ferie. Ma il più era fatto.
Si trattava solo di dilatare il tempo come gli orientali sanno pazientemente fare.
Quando è venuto il tempo mio di partire e tornare in europa, Asif ha voluto a tutti i costi prepararmi una torta da portare con me."Asif doesn't work! The cake gets gone since i have such a long journey!". "Don't worry Mr. G.! i know".
E così mi ha preparato in una delle sue ennesime notti uno splendido plum cake, ripieno di meravigliosi canditi e pezzi di cioccolato e nocciole. Me lo ha impacchettato per benino, ben protetto.
Il plum cake di Asif l'ho mangiato in giardino della casa che avevo in Stiria. Dove le colline della Carinzia degradano dolcemente verso l'immensa pianura che conduce al Danubio.
Ho mangiato il plum cake in un mattino soleggiato,d'Europa, in un giardino di una casa in cui avevo un posto e un motivo di stare. Così è stato per sei anni.
Non sapevo che quello sarebbe stato il mio ultimo mattino in quel giardino.
Di quel mattino ricordo, soprattutto, la torta del mio amico Asif.

Hanna e i suoi fratelli (seconda parte)





L'atterraggio notturno all'aeroporto della città di Larnaca, a Cipro, me lo ricordo bene. Roba di alcuni mesi prima.

Ricordo di aver seguito dall'oblò la fuoriuscita di slat e spoilers, con il velivolo che si stabilizzava in lungo finale con piccoli aggiustamenti sul Localizer del locale ILS. Ricordo il mare, la costa frastagliata, le luci della città, bello da morire. Ricordo il contatto che mi è sembrato ben oltre la soglia pista e la frenata poderosa con i trust reverse, il rullaggio al parcheggio per una selva di raccordi lunghi eterni. Ricordo di aver annusato, pur senza poterlo sentire, l'odore del medio oriente. Ricordo l'autobotte e gli addetti al rifornimento che si muovevano con una flemma che ti ricorda di essere in medio oriente. E non a Francoforte o Stoccolma o Heatrow. In Medio Oriente.
Larnaca è una splendida portaerei nel mediterraneo orientale. La gente ci passa da quando l'uomo ha imparato ad andare in qua e in là per i mari. Come gli autogrill sull'appennino quando fai l'autostrada per andare a sud. Ma molto più bella e romantica e pulita, perfino.
Siamo restati tutti seduti ai posti assegnati, lo scalo tecnico è durato una mezz'oretta. Niente sigaretta. Sono l'unico, o quasi, passeggero in abiti civili, con infradito e jeans scolorati. Tutta la fila di sedili riservata per me. Pochi, pochissimi indizi rivelano chi sono e cosa faccio. Mi scrutano, specialmente i capoccioni. Non compaio sulle loro liste, lo so. Ma nessuno viene a chiedere spiegazioni. Vedono i plichi destinati all'ambasciata dai quali non mi separo nemmeno per andare a pisciare. Penseranno che io sia una barba finta, dell'Intelligence o dei Servizi. Intelligentemente mi lasciano in pace.
Decollo e dopo pochi minuti di volo compare la costa del Libano e le luci di Beirut, città martoriata.
Virata a destra sul mare, prua a sud.
In poco tempo compare in lontananza, sfocata nella foschia, Tel Aviv. Penso alla Siria, a Damasco, città dell'incanto, se mai la visiterò un giorno. Adesso no, non è consigliabile meta di turismo, non si può.
Poi Gerusalemme. La città dell'incontro. La città che tutti vogliono. La città che divide. L'epicentro delle religioni monoteiste. Preda da sbranare, simbolo irrinunciabile. Per la quale farsi uccidere. E uccidere. Tutti figli dello stesso Dio, tutti generati dai discendenti di Abramo e di Isacco. Prima gli ebrei, poi i cristiani di Gesù, poi i seguaci del Profeta Mohammed. Da migliaia di anni va avanti così, fra eterne battaglie intervallate da più o meno brevi silenzi di armi.
Silenzi in cui le pietre affilano le spade, meditando la vendetta nel crogiuolo dell'odio che ribolle e non si assopisce.
Nella ricerca ottusa, spasmodica e cieca delle radici delle proprie ragioni non si riesce a predire alcun domani.
Massima diffusa fra i piloti è quella per la quale quando devi atterrare, il tratto di pista che hai alle spalle non conta, conta il tratto che ti resta disponibile. Bella metafora, universale. Una giusta prospettiva per osservare le cose.
I pensieri mi impegnano, poi diventano rotondi e le immagini cortocircuitano mormidamente, e mi assopisco.
Quando riapro gli occhi, sotto l'aeroplano è tutto nero. Non capisco se siamo fra due strati di nubi.
Poi ci sono luci che tremolano, sparse nel nero denso.
E' il deserto. Sono pozzi petroliferi.
Sono le tre del mattino, ora locale, quando il portellone di prua dell' A320 si apre su un muro di aria bollente, umida e densa.
Scendo e cerco qualcuno della polizia militare, gente dei nostri, mollo alcuni plichi che devono raggiungere destinazione discretamente e chiedo consiglio per il carico prezioso e proibito stivato a metà del mio pesantissimo zaino.
Ci guardiamo negli occhi e decidiamo di tentare la strada più semplice: faccia da culo e dogana.
Mi mescolo ad altre persone e mi avvicino al desk dell'immigrazione. L'aerostazione è semivuota ma i poliziotti e i doganieri baffuti sono numerosi e aspettano al varco indolenti.
Ci sono anche le poliziotte con la divisa carta zucchero, i gradi da sergente, e lo chador. Tutte obese e tarchiate.
Il tizio dietro il vetro scruta il passaporto, ripassa tutte le pagine ad una ad una, controlla i visti e dove son andato girando, lentamente. Ripete l'operazione a ritroso.
Faccio il calmo, senza sorridere e senza mostrare nervosismo, controllo i gesti. Seguo la mia valigia e lo zaino che scompaiono e riappaiono dall'altro lato dello scatolone dell'ecografo. Il tizio al monitor getta occhiate distratte.
"Perchè fa visita al nostro paese?" mi chiede l'arabo senza sollevare lo sguardo. "Businnes and some tourism as well".
Rumore di timbro che lascia un'impronta rossa sul mio passaporto.
"Welcome in the U.A.E, God bless you".
Prima di guadagnare l'uscita mi fermano ancora due volte e mi ricontrollano i documenti. Sotto le palme c'è la Toyota bianca con cui mi sono venuti a prendere, Valigia nel bagagliaio e zaino sul sedile posteriore con me.
Solo al mattino, quando varco il metal detector dell'ambasciata italiana, tiro un sospiro di sollievo. Consegno il prosciutto crudo di S.Daniele (disossato per concedere meno impronta all'ecografo) all'amico del mio amico che ringrazia e mi porge il suo biglietto da visita, per qualsiasi casino mi dovesse accadere. E' un gesto prezioso.
Prosciutto crudo, merce proibita. Carne di porco, bestia immangiabile. L'importazione, ad uso degli occidentali, è concessa solo dopo una trafila che farebbe desistere anche i molto pazienti.
Importazione di merce proibita. Ho infranto una regola. Severa come tutte le regole, semplici peraltro, che regolano questa civiltà.
Tempo dopo, proveniente da Vienna, dopo aver fatto scalo in Qatar, mi hanno vivisezionato il bagaglio. Avevo solo una Sacher Torte. Vada pure.
Esco nel viale fiorito, nell'elegante e ordinato quartiere delle ambasciate, il traffico è assente, il cielo molto blu e non c'è anima viva.
E' venerdì. Giorno di festa e riposo.
E' la loro domenica.
Mi ci abituerò presto.

Hanna e i suoi fratelli (prima parte)





Questa storia intreccia, perchè il destino così ha voluto, un pezzo della vita di alcune persone che senza saperlo, senza volerlo, sono state importanti per me. Spettatori e attori di un periodo formidabile e indimenticabile.

Che se non ci fossero state loro con la loro semplice umanità a preparare il terreno, per i fatti del dopo avrei sofferto ben di più.
Hanna, Joseph, Mihret, Ismail, Asif, Saddam, Mùstafa, Noemi, Chao-Nin e Helena.
Non vi dimenticherò.

A sinistra il mare caldo e nero, quasi uno specchio, compie movimenti lentissimi e si infrange con morbidezza, si potrebbe dire pudore, contro la massicciata di pietre ordinate. A destra lo skyline sfavillante di una teoria di grattacieli modernissimi, che pare interminabile. Luci accese al quarto al quattordicesimo e al quarantesimo piano. Sono quasi tutti di proprietà di potentissime compagnie che estraggono gas e petrolio, e lo vendono al mondo che non sa farne a meno.
Lo spettacolo è veramente emozionante.
Nel mezzo, Corniche Road.
Fa spartiacque fra l'oceano Indiano e i bastioni della civiltà moderna, della tecnologia, delle visioni degli architetti e delle iperboli degli ingegneri che da tutto il mondo qui si sono dati convegno. E si sono sfogati, senza dubbio, come farebbero bimbi con secchielli di colore e grandi fogli di carta. Come farebbero marinai in un bordello dopo mesi di navigazione.
Corniche Road è una vela tesa al vento fra l'Emirates Palace e il porto, un bel pò di chilometri più a est.
In tutto sei corsie, tre per senso di marcia, sul lungomare. Illuminata da una miriade di lampioni, interrotta da una sequela di semafori, percorsa da un serpente d'auto che non smette di fluire nemmeno di notte.
Il pachistano guida come un pazzo, impassibile, senza aprire bocca. Inchioda all'ultimo momento e ridà gas per evitare gli autovelox mimetizzati fra le palme, di cui conosce a menadito l'ubicazione. Auto si sorpassano a destra e sinistra. Bolidi rombanti con motori da otto cilindri in su, tutti a benzina, tutti con cambio automatico. Qui il diesel semplicemente non c'è e i cambi manuali le hanno soltanto i taxi dei pachistani che sono tutte Toyota duemila.
Qui i mezzi pubblici non esistono, non come li intendiamo noi occidentali, almeno. Niente autobus, filobus, corriere. Niente metropolitana, niente treni.
Solo taxi. Tanti, tantissimi, migliaia di taxi che corrono in continuazione. Sangue umano fra le vene ortogonali che alimentano ogni tessuto della città che pulsa. Taxi con alla guida un pachistano.
Taxi bianchi con bande verdi e oro, con un uomo con la tunica bianca e i sandali e la barba scura che può arrivare fino al petto. Uomini che non hanno età. Uomini con occhi neri e profondi come pozzi di cui non sai vedere il fondo.
Uomini di cui può essere difficile sostenere lo sguardo di sfida, Uomini miti, per lo più.
Uomini senza diritti, sfruttati. Uomini che valgono meno del taxi che guidano per quattordici,sedici ore al giorno.
Il mare stanotte sembra ancora più nero e le luci dai palazzi ancora più brillanti mentre il mio taxi driver mi porta giù per Corniche Road. Guardo fuori e non smette di piacermi ciò che vedo.
Le geometrie arabe dei giardini pubblici che impreziosiscono la costa, con le vasche collegate da canali in dislivello e le fontane incastonate come preziose pietre, meravigliose creazioni che un esercito silenzioso di altri derelitti, del Corno d'Africa stavolta, mantiene e cura di notte e ogni notte. Piantano erba sulla sabbia del deserto. Erba che con quel caldo infernale si brucia e va rimpiazzata dopo pochi giorni. Lo spettacolo dell'erba verde smeraldo e dei fiori non finisce mai. Alimentato con irrigazioni costanti grazie a giganteschi impianti di desalinizzazione, che rendono l'acqua del mare dolce quanto basta.
Il taxi ha i sedili di tessuto rivestiti di plastica trasparente e spessa, come i copritovaglia da giardino, fa sudare la schiena mentre il resto del corpo congela. I pachistani tengono l'aria condizionata a tutta canna , questi condizionatori sono delle bombe con scambiatori di calore a piastre sotto il pianale dell'auto per far fronte ai cinquanta gradi all'ombra e 80% di umidità, la botta termica che ricevi quando sali è veramente forte.
"My friend, could you please set the cooling down? Am gettin'sick!"
E lui urla "What? No understand, pakistani pakistani!"
"Vaffanculo tu e tua madre, ecco, understand my friend!". Semplicemente non gli va di capire.
La radio trasmette in continuazione le litanie dei muezzin e le musiche religiose che loro ascoltano tutto il santo giorno, praticamente senza mai scendere dall'auto.
Il cruscotto lo rivestono con un tappetino che sembra moquette, in genere rosso, o verde, o giallo oro, con lunghe frange e qualche ammenicolo tintinnante. Sul retro dei poggiatesta anteriori ci sono due targhette in arabo e inglese. Una recita: Driver, e riporta il nome e la foto del pachistano, l'altra recita: Owner e riporta solo il nome e il recapito del proprietario arabo del taxi. Un pachistano non possiede un taxi. Lo guida per uno stipendio per il quale noi non metteremmo nemmeno piede fuori dal letto, la mattina, lasciandoci morire d'inedia.
I pachistani cercano di fotterti qualche centesimo facendo sempre finta di non avere il resto. Oppure si rifanno un pò di notte, dopo le 23.00, quando la legge gli consente di disattivare il tassametro e allora il prezzo della corsa va pattuito prima e mercanteggiato sorridendo.
I pachistani, qui, in questa società a compartimenti stagni, fatta di caste, sono l'ultimo anello della catena. Riesco solo ad immaginare i feudi e il medioevo. Ma oggi, i Signori hanno i-Phone in tasca e Panerai al polso e almeno una Porsche Caiman. E posseggono alcuni schiavi dell'era moderna, fra cui, immancabile, una House Maid filippina.
Il pachistano svolta a destra e fa inversione fermandosi sulla collinetta dell'ingresso principale dell'Hilton Corniche Hotel. Metto un pò di monete in mano al taxi driver che ringrazia con un mugugno e gli occhi bassi.
Muskarat apre la porta dell'auto e mi fa scendere. "Good evening Sir, how are You?".
Gli faccio l'occhiolino mentre le pesanti doppie vetrate si aprono sulla concierge di marmo rosa, illuminata da un lampadario di cristallo semplicemente enorme e bellissimo.
Vado di fretta, mi stanno aspettando per la cena.
Saddam, di guardia all'ascensore, mi anticipa e riesce a pigiare la chiamata prima di me.